A Volterra il teatro apre i cancelli della Fortezza

Oggi vi racconto una storia. Una storia che dura da più di trent’anni, una storia che ha il sapore del riscatto, una storia che, come un contenitore, contiene centinaia di storie e di vissuti diversi, una storia che profuma di arte, bellezza, speranza e nuove possibilità.

Questa storia inizia nel 1988 all’interno della Casa di Reclusione di Volterra da un’idea di Armando Punzo, regista teatrale e drammaturgo. L’idea è quella di creare un laboratorio teatrale all’interno del carcere, così nasce la “Compagnia della Fortezza”, dalla volontà artistica del regista di dar vita ad uno spazio di libertà all’interno di un luogo che è l’antitesi della libertà stessa.

Da più di trent’anni Armando Punzo, si auto-reclude per lavorare con i detenuti, uomini che per la maggior parte devono scontare lunghe pene o ergastoli. Ma in questo spazio, libero da pregiudizi e stereotipi, ogni individuo ha la possibilità di riaffermare sé stesso e il proprio diritto di esistere, al di là delle sue colpe, al di là del suo vissuto.

Così i detenuti iniziano un percorso artistico e umano tortuoso che li porta a scontrarsi con sé stessi, a riscoprirsi e ritrovarsi semplicemente come esseri umani. A vederli mentre interpretano i loro ruoli all’interno delle opere che mettono in scena, si ha la sensazione di avere a che fare con veri e propri attori. Il teatro diventa, quindi, un mezzo per far riscoprire loro quel senso di umanità che gli viene spesso negato.

“Purtroppo, quando si parla di teatro in carcere, il pensiero comune lo associa subito a un’idea di teatro sociale, che persegue solo fini di riabilitazione e rieducazione” ha dichiarato Armando Punzo. “Non se ne parla mai in termini artistici. Questo è un tema che considero centrale. È sempre stata una delle mie più grandi preoccupazioni perché la mia scelta è stata invece esclusivamente artistica. Il che non significa che poi non ci siano delle ricadute anche negli ambiti rieducativi e riabilitativi, spesso anche molto proficue.”

E le ricadute riabilitative di cui parla Punzo ci sono e sono innegabilmente importanti.

La Fortezza di Volterra fino al 2013 era sede carceraria di massima sicurezza, perciò la maggior parte dei detenuti passa circa 22 ore al giorno in una cella minuscola in compagnia di sé stessi o di qualche cocorita. In una situazione così estrema è facile immaginare quali possano essere le ripercussioni psicologiche che subisce un essere umano.

Secondo gli ultimi dati forniti dal Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria i detenuti negli istituti di pena in Italia sono 54.307. I problemi che caratterizzano le nostre carceri sono ormai noti a tutti: sovraffollamento, carenza di personale, violenze sui detenuti, suicidi. In un quadro così disastroso l’orientamento delle carceri è comunque sempre più punitivo e non riabilitativo e questo porta a delle conseguenze che chiaramente ricadono su tutta la società.

Trent’anni fa questo era l’unico progetto di teatro in carcere in Italia, ma i risultati furono così importanti, in termini di riabilitazione dei detenuti, da far sì che oggi l’attività teatrale sia riconosciuta dal Ministero della Giustizia come pratica formativa non tradizionale e ciò ha portato alla nascita di molti progetti che coinvolgono varie Case di Reclusione.

Considerare il teatro come una forma di mero intrattenimento o un modo per i detenuti di “evadere” in altri spazi, in altri corpi o in altri tempi è sbagliato, in quanto per un detenuto la partecipazione attiva nella messa in scena di un’opera assume un significato profondo.

Recitare un testo teatrale e interpretare un personaggio porta il detenuto da un lato a scontrarsi con sé stesso, con le proprie convinzioni e a dar sfogo a quelli che sono i suoi sentimenti e le sue emozioni, ma al contempo lo porta a doversi confrontare con gli altri, lo spinge verso la cooperazione e la solidarietà, lo obbliga al rispetto e al riconoscimento dell’altro.

E così funziona per qualsiasi persona che si approccia al teatro, ciò che cambia però è la condizione di partenza, una condizione inevitabile: la reclusione. Ed è proprio questa condizione a rendere rivoluzionaria l’idea del teatro nelle carceri.

Ogni volta che racconto l’idea della Compagnia, nella mente di chi mi ascolta, o c’è un rifiuto assoluto perché siamo di fronte a delinquenti e assassini oppure, quando va bene, è una questione immediatamente sociale dove i detenuti devono capire qualcosa mentre noi possiamo portare loro una parola di verità. Questo atteggiamento, per quanto onesto, è svilente e fa più bene alle dame di carità che non ai detenuti. Loro hanno solo bisogno di confrontarsi con altro da sé. Per fortuna il Dna del teatro è fare comunità e ragionare insieme. Gli stessi detenuti mi hanno confessato che non si erano mai sentiti trattati alla pari.”

Nel pensiero comune il carcere è il luogo in cui vi è la massima negazione della cultura, della possibilità, dell’immaginazione e della creatività, è un luogo di segregazione in cui vengono rinchiusi coloro che hanno portato scompiglio nella società che vive fuori da quelle mura.

E noi che viviamo fuori da quelle mura, non siamo mai realmente interessati a ciò che accade dentro le mura, perché “non è un nostro problema.”

Ma è proprio la poca lungimiranza che c’è in questa nostra visione, così arcaica e così limitata, ad ostacolarci nella comprensione del fatto che rinchiudere qualcuno per vent’anni in una cella, non significa aver risolto un problema, ma solo averlo procrastinato.

Deborah Maria Foti

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