Circe e la magia della fragilità 

Nacqui quando ancora non esisteva nome per ciò che ero”. Ho amato immediatamente questa prima frase che fa d’apertura al libro “Circe” di Madeline Miller e che sembra già trascinarci in una dimensione di incertezza in cui l’identità della protagonista si sbiadisce, si oscura dinnanzi alla luce abbagliante di chi abita il cielo e l’Olimpo.

Circe, figlia del Titano Elios e della ninfa Perseide è una bambina che fatica a trovare il suo posto, il suo spazio all’interno di una stirpe familiare sfuggente e misteriosa, una famiglia dall’indole perversa i cui membri mancano di vicinanza e mostrano aspetti crudeli e ostili. Circe è diversa e lo sente: è una bambina sensibile che non ha nulla della bellezza e dello splendore del padre Sole e che viene derisa dai fratelli a causa della sua voce “umana”, oracolo della sua inclinazione verso tutto ciò che è terreno e che la rende diversa dagli altri suoi simili fin dalla nascita. Circe bambina è fragile, servizievole ed ingenua: Qualità, queste, mal viste dagli dei e più vicine ai mortali.

Circe non è come suo padre, né somiglia alla madre. È una Dea minore, con scarsi poteri. Dovrebbe essere una ninfa come le sorelle e le cugine, ma la realtà è che per la gran parte del libro Circe non sa chi è, né come definire se stessa. Lo scopre solo quando si ribella e fa sentire la sua voce. Eccola nuovamente, la sua voce. E anche quando si ribella, quando è una strega potente, Circe non smette di tremare e avere paura. Sente e va avanti.

Quando incontra la figlia prediletta di Zeus, la brillante Atena oppure suo padre Elios o ancora Scilla e il dio Trigone dal veleno più potente dell’universo, Circe sente paura, ma sa agire. Sa muoversi in mezzo al fiume delle emozioni e dei sentimenti umani: la paura, la passione, l’amicizia, la pietà, la vergogna, la gelosia, l’amore e l’ira non sono mai nascosti da Circe che li esprime, sempre, come se non potesse essere diversamente.

Nel palazzo di ossidiana di Elios, che continuamente brulicava di persone, Circe era sola. In esilio, ad Eea, invece, la sua solitudine è di natura diversa: diventa sicura e forte, impara ad agire, si scopre intuitiva e tenace, trasforma e si trasforma, finalmente in grado di conoscere se stessa. Eccola, Circe la maga, la ninfa, donna, madre, amante e amica. Terribile e temuta, umana fragile e dea potente.

Di Circe ho amato la sua ingenuità, la sua solitudine, la sua rabbia e la sua vendetta. il suo essere fiera. Ho amato la sua astuzia, la sua attesa, mi è piaciuta la sua vicinanza a Penelope – la loro complicità femminile – il suo sapere lasciare andare. Il suo sapere restare, la sua costante evoluzione.

Mi ha appassionato il suo sapere prendere tutto quello che di male aveva ricevuto per trasformarlo in qualcosa di bello. Mi sono segnata, sul libro, tutte le volte che non si è piegata a ciò che gli altri chiedevano o volevano per lei. Circe è onesta sempre, con gli altri e soprattutto con se stessa. Bellissima e sporca Circe, maga indipendente e dea fragile mi hai ricordato tutta la bellezza della crescita interiore.

Noemi Bitonti

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