La tragica retorica delle mele marce

Ancora una triste storia di abusi di potere e diritti violati: le carceri italiane sono terra di nessuno.

Ogni volta che viene a galla una vicenda riguardante l’abuso di potere da parte delle forze dell’ordine nel nostro Paese, i successivi dibattiti si possono riassumere sostanzialmente in due posizioni: coloro che difendono a spada tratta l’operato delle forze dell’ordine solo perché detentori di una divisa e coloro che tendono a minimizzare l’accaduto, sostenendo che si tratti sempre di pochi casi isolati. Le famose “mele marce”.

Il problema è che le mele marce non si possono più considerare “pochi casi isolati”, visto l’aumento di vicende che hanno come tematica centrale l’abuso di potere da parte di chi dovrebbe ricoprire il ruolo di servitore dello Stato.

Prendiamo in esame la vicenda del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Qui le presunte mele marce sono esattamente 52 e si tratta di agenti della polizia penitenziaria accusati di violenza nei confronti dei detenuti del carcere.

Ma facciamo rapidamente un passo indietro per capire da dove parte la vicenda. Il 6 aprile 2020 nel “reparto Nilo” del carcere scoppia una rivolta dei detenuti a causa della notizia di un caso di positività al Covid all’interno della struttura.

Contestualizzando, la rivolta del carcere di Santa Maria Capua Vetere è stata una delle tante scoppiate a seguito della discutibile gestione dell’emergenza pandemica nelle carceri italiane da parte dell’amministrazione penitenziaria, carceri che sono ormai stracolme di detenuti e che presentano gravi disservizi sotto ogni punto di vista. La pandemia, quindi, ha solo contribuito ad aggravare condizioni che già di per sé presentano numerose lacune.

Dicevamo, cinquantadue probabili “mele marce” che si vanno a sommare alle altre sparse nelle varie carceri d’Italia: Sollicciano, Modena, Ferrara, San Gimignano, solo per citarne alcuni.

Tante realtà diverse, medesimo problema: indossare una divisa, sempre più spesso, diventa una sorta di autorizzazione ad agire in modo disumano anche in situazioni nelle quali il famoso “ordine” è stato già ripristinato.

E questo è quello che è successo a Santa Maria Capua Vetere. Gli episodi di violenza gratuita presi in esame risalgono al 7 aprile 2020, ovvero il giorno successivo alla rivolta, durante una perquisizione che si è invece trasformata in atto persecutorio e di violenza contro detenuti che ormai erano nelle loro celle, alcuni dei quali non avevano niente a che vedere con le proteste avvenute il giorno precedente.

Le accuse per i pubblici ufficiali, a vario titolo, sono: torture pluriaggravate, maltrattamenti, lesioni personali pluriaggravate, falso in atti pubblico, calunnia, depistaggio, favoreggiamento personale e frode processuale.

Le azioni degli agenti sono state definite come “un’orribile mattanza” nei confronti dei detenuti e nelle intercettazioni tratte dai telefoni degli agenti, gli stessi commentavano con queste parole ciò che avrebbero fatto il giorno dopo: “Domani chiave e piccone in mano, li abbattiamo come i vitelli. Domate il bestiame.” E purtroppo così è stato.

Da un lato ci sono, quindi, dei detenuti che già vivono in condizioni disumane e che molto spesso sono vittime di soprusi di ogni genere, detenuti completamente abbandonati dallo Stato, detenuti invisibili per la società. Dall’altro ci sono le forze dell’ordine che si trovano a dover fronteggiare situazioni evidentemente complesse, ma che sono totalmente impreparate e inadeguate a rapportarsi con questa complessità, perciò, sempre più spesso, si sostituiscono allo Stato, forti dell’indossare una divisa, e lo fanno a modo loro, adottando comportamenti ingiustificabili, talvolta nauseanti, fino a violare i diritti umani e ledere la dignità dell’individuo.

In questa partita a scacchi l’arbitro è lo Stato, uno Stato assente e completamente sordo alle richieste di aiuto che provengono dalle due parti, uno Stato che contribuisce a rafforzare quella che potremmo definire una “guerra tra poveri” attraverso iter burocratici lunghissimi e decreti inapplicabili (e spesso anche inopportuni), uno Stato indifferente.

Ed è in questa indifferenza che muore la democrazia, è in questa cecità ostinata di uno Stato incapace che viene calpestata la dignità dell’uomo.

La punizione per un reato commesso non può, in alcun modo, diventare sinonimo di abusi, di violenze e di trattamenti contrari al senso di umanità. Ed è l’articolo 27 della nostra calpestata Costituzione a ribadirlo. Lo stesso articolo, inoltre, ci ricorda anche che il carcere dovrebbe avere una funzione rieducativa e riabilitativa per i detenuti, affinché lo scontare una pena trovi un senso, ma siamo consapevoli di come, date le condizioni, la funzione rieducativa del carcere è solo un miraggio nel nostro Paese.

Le mele marce, non sono altro che il frutto di un sistema deteriorato, lo specchio di una politica e di una società che ha trasformato il concetto di sicurezza in un bisogno deviato e che contribuisce a rafforzare l’esercizio di comportamenti repressivi a danno dei più deboli, a danno delle minoranze, a danno degli invisibili.

Quante altre mele marce saremo costretti a contare prima di iniziare seriamente ad occuparci dell’albero?

Deborah Maria Foti

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...