Il maschilismo e le palle che rotolano su un campo di calcio

Un’iniziativa benefica si trasforma nell’ennesima ghettizzazione sociale

Cari maschi, è arrivato il momento di tirare fuori le palle. Prestiamo però attenzione e non facciamoci fuorviare dall’uso secolare di questa definizione, sintetizzata miseramente nel corso delle epoche sull’esibizione sfacciata della virulenza, del machismo, del celodurismo di Bossiana memoria, della conquista di una donna esibita come trofeo nelle chiacchiere da bar. Le palle, intese come bugie, menzogne, artifizi, devono essere finalmente smascherate per raggiungere la concezione universale di eguaglianza e parità che ad oggi, purtroppo, rappresenta ancora una chimera utopica che rende questo mondo misero di idee, progressismo, modernità e, cosa ancor più grave, di benessere totale senza distinzioni di sorta. Da quando in qua le donne giocano a calcio? Questa è la domanda, proferita  a mo’ di sfottò e scherno, dalla quale si è innescata la polemica che sta campeggiando nel mondo dell’informazione, che ha visto triste protagonista del misfatto Aurora Leone, artista dei “The Jackal”, messa alla porta per la “Partita del Cuore”, evento calcistico di beneficenza il cui obiettivo quest’anno è raccogliere fondi nella lotta contro i tumori, perché responsabile di un fatto increscioso, volgare, preistorico, inconsueto, banale, ideologico: essere donna.

A pensarci bene, comunque, la domanda tendenziosa elaborata nella bolla del cervello di Gianluca Pecchini, direttore generale della Nazionale Cantanti, dimessosi dopo aver espulso Aurora per un pregiudizio, è in linea con la narrazione del ruolo avuto dalla donna nella storia. Cosa sarà mai una partita di calcio? Un fuorigioco? Andiamo tutti in sala Var a rivedere l’immagine discriminatoria. Le donne, è notorio, devono rimanere nei ranghi, stare con due piedi in una scarpa. Le scarpe, per evitare equivoci e reprimere sul nascere eventuali grilli per la testa, da calzare rigorosamente senza tacco, altrimenti vi sarebbe la mutazione genetica in donna di facili costumi. Il preconcetto è che la donna debba vivere con tre capisaldi: procreazione, gestione umile dimora, accudire i figli. Noi italiani, d’altronde, senza scrutare l’occhio all’esterno da ciò che abbiamo vissuto, le palle – intese sempre come bugie, menzogne, artifizi – le abbiamo ingoiate nell’accezione del rigore, della moralità, di Dio, patria e famiglia. Ai nostalgici ed alle nostalgiche del Fascismo basterebbe ricordare il tentativo di golpe della donna, meschina calcolatrice e rivendicatrice di diritti, il cui atteggiamento rischiava seriamente di compromettere l’arrivo in orario dei treni del Duce. A tal fine, dunque, si rese necessaria la decisione di non estendere il diritto di voto alle donne, l’esclusione dall’insegnamento delle stesse di alcune materie nei licei, la ferma condanna, in combutta con la Chiesa, del lavoro fuori dalle mura domestiche. Le donne, detta in soldoni, dovevano rimanere in casa a fare figli. La donna era un utero in affitto. La donna, l’altro ieri, nel nostro Paese, era così definita: «La donna deve obbedire. La mia opinione della sua parte nello Stato è opposta ad ogni femminismo. Naturalmente non deve essere schiava, ma se le concedessi il diritto elettorale, si deriderebbe. Nel nostro Stato essa non deve contare». (Da E.Ludwig, Colloqui con Mussolini, 1932)

Da quei giorni, a mio avviso con tempistiche sempre troppo tardive, tanti piccoli mattoncini sono stati poggiati nella costruzione del muro dei diritti delle donne. Nel 2021, però, è inaudito che si focalizzi sul genere dell’individuo, si debbano affrontare tematiche violente di base nel messaggio che sottendono, si affermi la supremazia di un maschio su una donna, di una razza su un’altra razza, di una religione su un’altra religione, del disprezzo totalizzante sul rispetto implicito. La vicenda di Aurora Leone, dunque, inizialmente convocata per l’evento benefico in quanto artista ed essere umano prima che rimanesse incastrata nella rete della vergogna, a dispetto della solidarietà ricevuta da tutti i settori del sistema Italia, è centrale nell’analisi dell’arretratezza culturale, della mediocrità imperante, della banalità di contenuti, del pressappochismo sociale, dell’assenza di umanità, che ha catapultato nell’oblio l’intera Nazione. Non si tratta di un episodio isolato, è la goccia sociale che ha fatto traboccare il vaso, è la voce di chi non ha voce mentre rimane inascoltata nel grido d’aiuto della violenza sul lavoro, nella famiglia, in società, è una missiva di rivolta, un messaggio importante alla stessa stregua di quello da inviare al 45527, ridando dunque il giusto valore all’iniziativa benefica, perché la battaglia dei diritti si affianca al sostegno nella ricerca contro il cancro. Cari maschi, la fine della partita sancisce la sconfitta schiacciante del maschilismo; solo comportandoci da uomini potremo ottenere la parità: la parità di genere.

Carmelo Nicotera

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