La pornografia del dolore

Ho riflettuto molto su questo titolo appariscente, ma facendo una ricerca in rete ho scoperto l’esistenza di un mondo più oscuro di quello che avevo immaginato. L’idea degli articoli del collettivo zen è quella di analizzare situazioni sociali relative al contesto storico in cui viviamo, basandomi su questo avevo un’idea precisa sul pezzo da scrivere. Idea che è brutalmente cambiata una volta documentata. Forse avevo dato per scontate un serie di atrocità.

Ma iniziamo con calma: che cos’è la pornografia del dolore?

Ovviamente non si tratta di qualcosa di realmente pornografico, ma è comunque qualcosa da cui pare si possa trarre piacere, si tratta di una forma di godimento. Parliamo di sfruttare i dolori altrui per trarne un vantaggio, che sia personale, economico, sociale o di puro piacere, il che, a pensarci bene, rende la cosa ancora più macabra.

Il mondo è bombardato da immagini terrificanti e da narrazioni horror. La morte e il dolore sono due realtà con cui siamo abituati a fare i conti, conviviamo con immagini di omicidi, di bambini in fin di vita, perdite premature, madri disperate in lacrime, scomparse di innocenti.

Quelle che sono da sempre state le più grandi paure degli uomini, oggi, non sono affatto un tabù ma una realtà costante. Vengono impacchettate come fossero caramelle e date impasto a un pubblico immenso. Giovani e giovanissimi guardano carneficine, corpi deturpati, uomini annegati. Il sangue e la disperazione sono a portata di clic.

Una presenza imbarazzante nei giornali di informazione e i tg. Qualcosa che va avanti da tempo e che, per quanto criticata, non si riesce ad arrestare.

Cattiva informazione? Può darsi. Ma non basta questa etichetta, bisogna andare oltre.

Se provassimo pena e orrore nel sentire certi racconti non apriremmo quelle notizie. Non leggeremmo le interviste, i ritratti, non guarderemmo i loro volti, le loro foto, gli oggetti delle loro case. Vita privata andata, finita chissà dove.

I social network hanno amplificato il modo di percepire le tragedie, le morti, le sofferenze “degli altri”. E come se ci fosse qualcosa di brutale in noi, di disumano, siamo assuefatti dal prestare attenzione alle vicende di cronaca più nera, più oscura.

Vogliamo sapere, vedere, sentire.

Diventiamo curiosi del dolore altrui, ma non vorremmo mai e poi mai trovarci in quella stessa situazione. Rimaniamo inermi, ma catturati dalla narrazione dei fatti, e ci mettiamo a discutere e a giudicare glacialmente la vicenda, magari all’ora di pranzo, davanti a un piatto di pasta, un boccone per volta mentre in televisione passa l’ennesima tragedia della settimana. Mentre questo genere di cose, a dirla tutta, dovrebbe toglierci la fame.

Siamo spettatori passivi di catastrofi umane. E la verità è che non ce ne frega niente. Il dispiacere dura solo un momento. Come nella vita reale.

È una forma di droga, i drammi diventano intrattenimento e ci regalano una scia di adrenalina che ci manda in estasi, facendoci sentire fortunati, quindi migliori “degli altri”.

L’attrazione verso il dolore fa parte della natura umana, ma forse adesso è troppo. Se l’obiettivo, inizialmente, era quello brutale di diffondere foto e video per sensibilizzare l’opinione pubblica, possiamo dire, senza troppi giri di parole, che ha miseramente fallito.

Donne e uomini legati, spogliati, assassinati. Tagli e sofferenze, lacrime e urla.

La mia ricerca in rete è durata troppo.

Ma vi siete chiesti cosa si prova a filmare o fotografare il terrore? Se ci penso mi sembra assurdo. Le risposte che ho trovato fanno schifo. Non le accetto.

Oggi in molti si difendono affermando che si tratta solo di “diritto di informazione”, ma non si tratta solo dei media di comunicazione, anche le pubblicità delle Ong calcano la mano e si rendono partecipi della pornografia del dolore. Corpi denutriti e occhi che chiedono pietà, pubblicità di 30 secondi prima di guardare il video del cantante del cuore o del coglione di turno. L’efficacia? Nessuna.

Entriamo nelle disgrazie degli altri, perché ne siamo attratti, le rendiamo pubbliche ne parliamo. Partecipiamo in massa e non ci limitiamo solo a questo, siamo lì pronti a lasciare il nostro like, per lavarci la coscienza e dimostrarci persone sensibili.

Carlotta Tomaselli

[Immagine di copertina principale: “Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca” un primo piano di una delle Marie piangenti, Bologna]

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...