Hallelujahez

Il messaggio dell’artista Fedez diventi il Vangelo del vivere civile

La domenica, come da tradizione inculcataci sin dalla tenera età, è sempre il momento giusto per santificare le feste. “Hallelujah, Hallejuah” è l’acclamazione di giubilo, già evocata in una canzone di Leonard Cohen che si sganciava dal significato meramente religioso del termine per attribuirgli una visione universale di supremazia della vita nel caos delle illogicità, delle incoerenze,  delle contraddizioni che caratterizzano il mondo, che la società civile dovrebbe riservare a Federico Lucia, meglio conosciuto con il nome d’arte di Fedez, personaggio pubblico che si è svincolato dal perbenismo urticante, dal politicamente corretto, dall’omertà di stampo prettamente italica per mettere al centro dell’attenzione il concetto più nobile di essere umano.  

Dal pulpito del concerto del Primo Maggio, dopo il torvo tentativo – fortunatamente andato a vuoto – dei vertici del servizio pubblico italiano di ripristinare un nuovo indice dei libri proibiti, di riconsiderare l’idea di una moderna “Bücherverbrennungen” che in passato organizzava roghi per i volumi non aderenti all’ideologia nazista, di redigere le “veline” del Duce che imponeva la pubblicazione solo delle notizie gradite al regime fascista, Fedez – in un monologo durato appena cinque minuti – è riuscito a sovvertire il triste ordine naturale delle cose che si susseguono in Italia, Nazione strenuamente legata ad una visione chiusa, piena di conflitti e disordine, incapace di abituarsi ai tempi e all’evoluzione, poca empatica verso i propri simili, legata ancora ai colori primari negandosi la possibilità di scorgere l’infinito dell’arcobaleno, bigotta, mortificatrice del piacere, sorda ai richiami delle differenze, cieca di vergogna quando la validità di un amore supera l’avallo solo dopo esser stata valutata attentamente dal buco della serratura di una camera da letto.

Fedez, in un versetto del suo intervento, raccontando le varie vicissitudini passate per arrivare ad esprimere un pensiero da uomo libero, ha certificato il fallimento totale, senza attenuanti, oltraggioso per il buoncostume, della Rai, azienda gestita con i soldi dei contribuenti italiani, casta di un sistema che frena il reale sviluppo del Paese, inadeguata nella capacità di veicolare la tematica dei diritti civili quale fondamento civico di uno Stato. L’inopportuno Fedez, così etichettato dalla vicedirettrice di Rai3, ha fatto nomi e cognomi, tutti con la tessera di partito della Lega, di persone per le quali sarebbe opportuno riaprire i forni per i gay, con quest’ultimi indicati anche come una sciagura per la riproduzione della specie, ed in ultima istanza fieri rappresentanti di una dittatura sanitaria che trasforma i bambini in omosessuali con delle semplici iniezioni. La Rai, in passato, a dispetto di quanto fatto con Fedez, senza rabbrividire al cospetto di simili affermazioni, non chiese ai seguaci di Matteo Salvini di edulcorare il contenuto di espressioni ingiuriose per il buonsenso delle persone dotate di raziocinio.

La cavalcata di omofobi, osteggiatori del Ddl Zan, antiabortisti che negano la vita agli altri, è figlia dell’imbarazzo di una sinistra diventata elitaria, troppo vicina ai salotti buoni e colpevolmente lontana dalle piazze, dalle fabbriche, dalle periferie, che ha scelto di incamminarsi verso un mondo ovattato, preconfezionato, inspiegabilmente adiacente ai muri dell’intolleranza, del disprezzo, del conformismo, di un sogno diventato troppo presto realtà in nome di un potere di facciata. Una sinistra che doveva sì evolversi dal simbolo ideale di un pugno chiuso ma che è andata al tappeto, stordita dai tanti, troppi pugni in faccia accettati mestamente senza lottare per i più elementari diritti delle persone. Una sinistra che non ha recepito gli umori della gente, i mal di pancia del popolo, il grido d’aiuto dei suoi elettori. Una sinistra che non vede più rosso perché è accecata dal rossore della vergogna. Una sinistra la cui macchia più grande è la rinuncia alla bellezza: la bellezza dell’arte, dell’istruzione, delle forme espressive, della musica, della cultura. Una bellezza che ieri, urlando a squarciagola la propria rabbia nei confronti del disinteresse istituzionale verso l’ingegnosità, il talento, il genio, la sregolatezza, ha invaso il palco delle emozioni interiori, delle vibrazioni dell’anima, di quel suono eterno di fascino, attrattiva ed armonia che deve diventare musica per le orecchie di chi ha fatto orecchie da mercante per un tempo indicibile. La messa è finita, andate in pace: lode a te o Fedez.

Carmelo Nicotera

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