Non voglio equità: voglio parità!

                                                            ATTENZIONE

Ciò che segue non è lettura adatta a chi ragiona in termini di assolutismo di visione, a chi mette in discussione solo il pensiero altrui ma il proprio diviene vangelo, intoccabile e indiscutibile. Ciò che segue è solo un puro, semplice ragionamento. non ha valenza di verità, né la portata rivoluzionaria della stessa, poiché la verità è rivoluzionaria solo se è fine a se stessa, solo se ci rende liberi e capaci di metterci in discussione ogni giorno.

Nasco donna al Sud. Donna senza lettere maiuscole. Donna in quanto dotata di una vagina. Nasco donna al Sud. In un contesto produttivo prestorico, in una Terra che assume i tratti di una strana figura mitologica. Solo il tempo, girato lo specchio, prova ogni giorno a farmi comprendere che in realtà sono io il Minotauro nella terra di Minosse.

Nasco donna al Sud. In quella terra che se vai al bar un po’ mignotta potresti pure esserlo ma niente di irrimediabile perché in chiesa, un Padre qualunque, con quattro “Ave Maria” ti assolve da tutti i mali anche dai peccati laici che, in altre aule, non divine, assumono connotati diversi, quali quelli di reati.

Nasco donna al Sud. In una Terra maledetta solo perché chi la maledice preferisce sguazzare nella melma della quale si lamenta, nella cameretta scintilla incorniciata la locandina del Gattopardo diretto da Visconti, in quel ballo finale del piede destro che segue quello sinistro al ritmo “del cambia tutto affinché non cambi niente”.

Nasco donna in questo periodo storico nel quale la valenza terminologica tende spesso ad assumere valenze filosofiche fini a se stesse, là dove la polemica potrebbe scoppiare nel merito della valenza di genere. Salve AssessorA, MinistrA, AvvocatessA. Là dove il giudizio potrebbe assumere parvenze di dialettica eccelsa solo se supportate da una facciata mediatica che permetta, al moralismo di ragionamento, di essere assurto come retorica morale nelle forme di insegnamento. Mi renda dotta allora chi rivendica tout court l’uguaglianza di genere e nella diversità di ragionamento mette a ferro e fuoco, non l’identità biologica ma l’identità dell’interlocutore, non riconoscendogli la libertà di un pensiero diverso dal proprio. UGUGLIANZA.

In questo ribaltamento adottato a volte negli stessi termini che si combattono perché ritenuti sbagliati, in una guerriglia mediatica e non, nella quale uomini che odiano le donne, donne che odiano gli uomini in faziose appartenenze e supremazie subculturali. Non siamo TUTTE uguali per fortuna. E perché mai dovremmo esserlo. Una donna vale più di un uomo in quanto donna? Ed un uomo vale più di una donna in quanto uomo? Non si impone la diplomazia della risposta, solo la candida onestà della stessa. Nasco donna in assenza di equità? Potrebbe darsi.

In assenza di parità di possibilità, di tutela in quello spasmo di lotta portato avanti da chi ha avuto la forza di non tenersi gli schiaffi nel silenzio delle mura domestiche, o le umiliazioni nel rumore delle piazze, nella violenza rivoluzionaria di quelle Donne che hanno lottato anche per chi la forza di reagire ad un sopruso non l’ha avuta, per quelle donne che hanno riconosciuto ad altre donne la possibilità di essere fragili, senza giudicarle o etichettarle, in un gesto di equità massima: non sono una donna migliore perché mi ribello a differenza tua che subisci, io lotto affinché tu possa essere qualunque cosa tu voglia, io lotto per la libertà di scelta, se non alzi la testa io sono qui ad aiutarti, non sei solA.

Un femminismo fatto di gioia e sofferenza, un femminismo che non mira a distruggere né l’uomo in quanto tale, né altre donne in quanto diverse da chi si fa promotrice di un cambiamento. Assenza di supremazia, assenza di uguaglianza, tutela della biodiversità umana che ci rende unici ognuno a modo nostro e con il sacro santo diritto che nessuno ci rompi il cazzo se invece del membro maschile, come metafora della voglia di non essere disturbata, non utilizzo “nessuno ci rompi la vagina”. Equità. Nel gesto più assoluto della libertà donata da madre in figlia di riconoscere in ciò che è diverso da noi una potenziale risorsa e non un perenne problema. Una donna con nome e cognome. Un uomo con nome e cognome. Un individuo. Una donna, un uomo in un contesto equo, a parità di strumenti, nella libertà di affermarsi in questa società con equa tutela, con eque possibilità. Nell’impasse di ragionamento scrivo questo articolo su uno spunto di visione.

Prima del lockdown ero seduta in un bar. Passa una bella ragazza, di sfuggita attraversa la strada. -Sta puttanazza-. Una parola caduta a mezzaria, tra i tintinni dei bicchieri ed il caos delle macchine. La voce non aveva un timbro maschile. Apparteneva ad una lei. Una giovane donna, non avrà avuto neanche 30 anni. Su facebook un profilo che avrebbe fatto impallidire, per la vemenza e la raffinatezza dialettica con le quali sosteneva i propri “ideali”, pure Simone Weil. Il fondo del caffè, scuro… un’assenza di luce. La pratica che rompe la grammatica in un can-can epilettico nel quale il siparietto del ruolo delle parti si chiude sotto il ritornello mediatico “siamo donne oltre le gambe c’è di più”.

Donne con la d di Domodossola, donne con la D maiuscola.

Marina Rizzo

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