Che fine ha fatto la bellezza?

Nel 2018 tra gli utenti dell’uscente iPhoneXS è scaturita una polemica inaspettata: il nuovo smartphone era colpevole di scattare selfie troppo perfetti. Non c’era nessun filtro bellezza da attivare o disattivare nelle impostazioni della fotocamera, semplicemente il software di quel tipo di smartphone era stato impostato in modo tale da rendere la pelle di qualsiasi soggetto esente da difetti ed eccessivamente luminosa, effetti questi a cui siamo in realtà ormai assuefatti, ma che in questo caso erano risultati estremi.

Da qui voglio partire per pormi e per porvi una questione che risulta necessaria per pensare l’estetica oggi: abbiamo davvero bisogno di modificarci digitalmente i connotati, per risultare gradevoli a noi stessi e agli altri?

La posta in gioco è qui comprendere perché abbiamo ormai bisogno di autoingannarci, di pensarci privi di difetti, di discromie e di differenze.

Il caso dell’iPhone XS è stato molto discusso tra gli utenti per l’eccesso di levigatezza che esso proponeva, tuttavia oggi chiunque scatti foto dallo smartphone, utilizzi la fotocamera via Instagram o tramite altri social network che funzionano per immagini, non è esente dal divenire levigato esso stesso, in modo più o meno marcato.

Quando parlo di levigatezza mi riferisco ad immagini che riproducono oggetti e soggetti lisci, luminosi, privi di oppositività e di graffiature. Il concetto di levigatezza è ben espresso dal filosofo Byung-Chul Han nel libro La salvezza del bello: «Il mondo della levigatezza è un mondo gastronomico, un mondo di pura positività in cui non c’è alcun dolore, alcuna lesione, alcuna colpa […] Il levigato è qualcosa che semplicemente piace, a cui manca la negatività dell’oppositività. Non ci sono più anticorpi». La levigatezza, operando direttamente sui corpi e sulla percezione, elimina l’opposizione bello/brutto, pregio/difetto, uguale/diverso, appiattendo tutto su un unico piano, quello dell’identico. Espressione emblematica di ciò è il selfie, questo, nella sua autoreferenzialità, elimina l’altro, nullifica ogni forma di alterità e di differenza (e quindi di contrasto), imponendo perenni inquadrature in close-up (primo piano), attraverso cui il volto soggetto-oggetto di inquadratura viene privato del linguaggio, diventando così semplicemente faccia. La faccia, al contrario del volto, non possiede interiorità, profondità, abissalità, diventa oggetto, io svuotato della sua intenzionalità. Il volto, al contrario, esprime l’interiorità dell’io, è abissale, è ciò che secondo il filosofo Emmanuel Lévinas ci dà la percezione dell’alterità, proprio per queste sue caratteristiche sarebbe inopportuno e fuori luogo nello schermo, nei social network, perché esprimerebbe l’alterità in un campo in cui possono stare in gioco solo le autoreferenzialità egocentriche, creerebbe opposizione nell’impero della levigatezza.

Cosa c’entra tutto ciò con il recupero della bellezza?

La levigatezza, con la sua assenza di difetti e negatività, piace e non può non piacere, nel suo essere identico all’uguale, non scuote, non può creare meraviglia o stupore. La bellezza, al contrario, per essere tale deve necessariamente stupire, suscitare ciò che Aristotele nella Metafisica chiama thaumazein (provare meraviglia). Il thauma di thaumazein  di cui parla Aristotele è ciò che già in Platone è stato spesso tradotto in italiano come “meraviglia”. La meraviglia così intesa non esprime però con esattezza ciò di cui i due filosofi hanno scritto. Il thauma contiene infatti in sé il positivo e il negativo, lo stupore, ma nello stesso tempo il timore: lo stupore per il mondo circostante in continuo divenire, ma allo stesso tempo il timore verso l’elemento sconosciuto del divenire stesso.

A me sembra adesso che, con le nuove forme di espressività estetica, la dualità del thaumazein sia venuta meno, di fronte al perenne identico, perfetto e precostituito, manca il nuovo, manca il diverso, di conseguenza manca quella parte di timore che pure fa parte dello stupore, che insieme allo stupore ci scuote. Ciò ha a mio avviso delle conseguenze che vanno al di là del mero elemento estetico: la mancanza di compresenza e oppositività tra stupore e timore ci sottrae dalla riflessività, non ci interroghiamo più su nulla, non ci interessiamo dell’Altro.

Come afferma Byung-Chul Han:

«Oggi non è possibile quella esperienza del bello che scuoterebbe la posizione centrale del soggetto. La bellezza stessa diviene pornografica, dunque anestetica; perde ogni trascendenza, ogni significanza, dunque ogni valenza capace di agganciare il semplicemente estetico alle dimensioni etico e politiche. Completamente sganciata dalla facoltà di giudizio etico-morale, la bellezza si consegna  all’immanenza del consumo».

La posta in gioco, che parte dalla riflessione meramente estetica, è dunque a mio avviso molto più ampia, riguarda necessariamente la dimensione etico-politica. Si tratta di un assoggettamento del soggetto, non solo sul piano estetico, ma sulla sua governamentalità tout court.

Alla luce di quanto detto, riapprodando alle immagini dei nostri visi levigati, mi domando: siamo sicuri che ne valga la pena?!

Annalisa Pagano

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