Empowerment femminile e altre questioni scomode

Di empowerment femminile si parla ormai “troppo” spesso.

Il termine è entrato nel linguaggio comune e, a volte, se ne abusa. Non è più una parola solo per gli “addetti ai lavori”, ma i talk si sprecano. E anche a noi capita di parlarne davanti ad un caffè o un the.

Eppure, l’ “empowerment” femminile è comparso sui documenti ufficiali per la prima volta molti anni fa. Se solo adesso ci siamo affezionati al suo significato, probabilmente qualcosa non ha funzionato.

1995. In quell’anno si tenne la IV Conferenza mondiale dell’ONU sulla Donna, a Pechino in un contesto politico che sembrava aprirsi a nuove speranze ed opportunità di sviluppo: il crollo del muro di Berlino, la fine della guerra fredda, la prima guerra del golfo ormai alle spalle. La scelta di Pechino come città che avrebbe ospitato la Conferenza, quando la Cina era ancora una nazione piuttosto chiusa al resto del mondo, i temi trattati e le differenti posizioni dei partecipanti, in un’ottica di confronto seppur per molti versi ideologico, hanno reso quell’evento una tappa importante nel percorso di riflessioni sulla donna e la sua condizione.  Le parole chiave furono “punto di vista di genere“, “empowerment“, “mainstreaming“, oggi presenti nelle discussioni politiche, sociali e di governo.

Sono passati 26 anni.

2021. All’epoca dei social, di Iphone e smart tv, di influencer che rendono le “veline” – icone pop osannate e additate come simbolo della strumentalizzazione delle donne – ormai una storia in bianco e nero, facciamo i conti con un incremento dei femminicidi, con tentativi – attraverso le “quote di genere” – di dare maggiore opportunità alle donne di partecipare alla vita politica e istituzionale, e con una giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Qualcosa è andato storto?! 

Ad un’emancipazione “social” non è corrisposta “la conquista della consapevolezza di sé, del controllo sulle proprie scelte, decisioni e azioni, sia nell’ambito delle relazioni personali sia in quello della vita politica e sociale” (Piano Strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne).

Di fatto, il processo di empowerment è ancora in corso. E solo oggi ce ne rendiamo conto.

Viviamo in bilico, tra l’esigenza di stare al passo con gli uomini – nella carriera, negli stipendi, nella società – e l’affermazione della nostra diversità e unicità. Tra le manifestazioni di piazza e le proteste contro gli abusi e la necessità, ancora persistente, di formare i nostri ragazzi, oltre che le nostre ragazze, e sensibilizzarli sulla politica di genere.

Certamente qualcosa non ha funzionato.

L’impegno delle Istituzioni spesso non si è tradotto in azioni concrete. Gli interventi ideologicamente giusti sono poco efficaci e poco tempestivi.

E a casa nostra?

Le donne hanno difficoltà ad affermarsi ed essere autonome a causa di molteplici aspetti: condizioni socio-economiche precarie; permanenza di retaggi culturali e pregiudizi, legati a vecchi schemi di “gioco dei ruoli” che spesso limitano le donne nella scelta e continuano a relegarle allo svolgimento dei ruoli di cura; gap salariale.

E mentre il Dipartimento Pari Opportunità promuove attività di sensibilizzazione e percorsi destinati a studentesse (e studenti) per imparare le STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), bisogna fare i conti con la persistenza di modelli di genere frutto di una incapacità di leggere il cambiamento che sta attraversando la società.

A render ancor più difficile la lotta al femminile, è arrivata la crisi determinata dalla pandemia da Covid-19 che ha colpito duramente le donne. I dati Istat ci dicono che in Italia, a dicembre 2020, rispetto al mese precedente, si sono registratoe101mila persone occupate in meno. Di queste, 99mila (più del 98%) sono donne.

L’aumento dei casi di violenza contro le donne, a partire dal lockdown di marzo scorso, non fa altro che confermare il fatto che c’è ancora molto, troppo da fare.

Cosa fare dunque?

Oggi più che mai dobbiamo ripartire da Noi. Pensare ad un sistema di collaborazioni, relazioni e attività sociali e associative che ci portino a pensare e lavorare insieme.

La necessità di tali azioni sta nella consapevolezza che il disagio femminile esiste su più livelli.

Sperimentare il coworking, condividere spazi, anche virtuali, idee e pensieri, possono contribuire alla riscoperta delle proprie potenzialità, a smascherare la falsa emancipazione femminile, dovuta soprattutto ad internet ed ai social, ad acquisire o ri-acquisire la consapevolezza della diversità.

Siamo diverse dagli uomini e tale diversità va pensata e ragionata come fonte potenziale di innovatività.

Celebriamo la nostra diversità. Non ci affidiamo a presunti cambiamenti derivanti dalla femminilizzazione del linguaggio che rischia di restare lettera “vuota” o dalla riserva di una “quota” nelle liste elettorali. L’eguaglianza non si concretizza in parole nuove. Il linguaggio non sostanzia il cambiamento della percezione delle donne nella società, così come uno riga dedicata sulla scheda elettorale non ci rende davvero partecipi.

Nel 2017, il Women’s Forum for the economy and society ha sostenuto con forza che è il momento di passare all’azione. Tutte insieme, nella logica di mutuo aiuto.

E mentre la Turchia si ritira dalla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza di genere, permane e resiste l’Obiettivo 5 dell’Agenda ONU 2030: ottenere la parità di opportunità tra donne e uomini nello sviluppo economico, l’eliminazione di tutte le forme di violenza nei confronti di donne e ragazze e l’uguaglianza di diritti a tutti i livelli di partecipazione. 

Per raggiungerlo iniziamo ad agire basso, a partecipare alla vita sociale, economica e istituzionale. Mettiamoci in gioco e sosteniamoci a vicenda, in una rete reale e virtuale che può collegare ogni donna di ogni angolo del pianeta.  Non lasciamoci sole. La protesta delle donne turche è anche la nostra.

Prendiamo coscienza delle piccole grandi conquiste fatte, frutto di lotte, sacrifici e tanta resistenza, e della necessità di difenderle e proseguire. Tracciamo il percorso insieme alle giovani bambine e ragazze che, abbandonati gli abiti da principesse, indossano una divisa e che, prendendo in prestito le parole di Aldo Cazzullo, potremmo definire la “generazione Hermione”. Hermione non è una predestinata come Harry Potter, “ma una persona di talento che si costruisce passo dopo passo, fino a conquistare la leadership”.

La strada è ancora lunga.

Fight for our right

Eliana Ciappina

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