Miti tossici: uomini divenuti leggenda, brillanti e immorali

La società del nuovo millennio è un contesto decadente. Povera di animo, subordinata a valori ibridi nei riguardi dei quali, anche il più scettico dei poeti, si mostrerebbe privo di ripensamenti nell’accettare tout court la pragmatica visione di Dino Campana “questo è il peggiore dei mondi possibili”.

Spesso gli educatori poco sentimentali, e più sentimentalisti, accostano a questo apocalittico scenario morale il sempre più martellante propinare mediatico di modelli poco educativi i cosiddetti “miti tossici”.

Figure massificate, criticate per il “deplorevole” stile di vita, destinate a sopravvivere ai posteri nonostante l’opinabile condotta morale, consacrate nell’Olimpo dall’immortalità dell’eternità di non esser figuranti in questo mondo ma dannati protagonisti. Perché, bisogna pur riconoscerlo, la tossicità della condotta, in questi casi, è l’altra faccia della medaglia che, sull’altro rovescio, vede brillare una dote fuori dall’ordinario. Un talento sfacciato e disinibito legato a doppia mandata all’eccesso del proprio curriculum vitae.

Da Freddie Mercury, amante promiscuo, a Renato Vallanzasca, il bel Renè leader della Banda della Comasina, passando per Myke Tyson ed il vizio di “sussurrare” all’orecchio ad un altro adoratore degli orifizi uditori Vincent Van Gogh, genio incompreso, non compreso perfino da se stesso, arrivando ad Alexander Marius Jacob il vero Arsenio Lupin, ladro per anarchia e vocazione sociale. L’elenco potrebbe essere lungo, lunghissimo dal quale risulterebbe la costante, variabile, del binomio “genio e sregolatezza” ma la domanda dovrebbe essere una: che cosa si intende per “tossicità sociale”?

Una deviazione dal percorso quotidiano “ordinario”, un allontanamento disinibito dal precetto, anche a volte un po’ stucchevole, del “fai la cosa giusta” unito, nel caso del mitismo, alla consapevolezza d’esser di fronte ad un individuo innegabilmente fuori dal comune. Fragilità, umanità nella contraddizione in termini d’esser assunto come modello per il proprio talento e d’esser condannato alla gogna del giudizio per l’autolesionismo, la messa a servizio non di un nobile intento delle proprie doti personali. La specialità dell’essere i primi in un mondo di ultimi, la specialità di esserlo non per la perfezione comunicativa del proprio io ma per la veridicità della propria indole, imperfetta ma non sempre abbietta, condannabile ma non sempre deprecabile dalla tribuna mediatica che inevitabilmente si spacca a due tra coloro che assolvono, gridando alla genialità, tra coloro che condannano appellandosi al buon gusto del politicamente corretto.

Ultima, in ordine di dipartita, la controversa figura di Diego Armando Maradona. “El Pibe de Oro” una complessa matassa di difetti unita a buone intenzioni d’appartenenza. Sacro nel tempio partenopeo, osannato come un santo nella Napoli che scala le vette del campionato nazionale surclassando squadre gestite da “gente che conta” come l’Avvocato che, inerme in tribuna, può solo accettare che i soldi non possano comprare la poesia del riscatto.

Maradona oltre la Mano de Dios nei quarti di finale del Mondiale del 1986, oltre la dipendenza dalla cocaina, oltre il “vaffanculo” mediatico alla FIFA. Fragile e titano, immenso come solo può essere chi vive la propria vita nella ripetitività dei propri errori al di là del giudizio della gogna collettiva che conserva, essa stessa, con cura e gelosia il segreto dei propri scheletri nell’armadio. Maradona ripreso dalla Laura nazionale in un post cancellato prima di subito, summa della retorica moralista di un Paese che ha bisogno del giudizio per erigersi a legittimo fruitore del biblico perdono. Tossicità in circolo, nelle vene di uomini divenuti leggenda ed in quelli che inermi saranno sempre spettatori della vita degli altri e della propria, tra errori inconsapevoli ma non divini come quelli di Apollo, cocchiere distratto del carro del Sole.

Marina Rizzo

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