Italia: terra di santi, poeti e disoccupazione femminile

Attualmente siamo il Paese con il più alto tasso di disoccupazione femminile in Europa. Ma perché il problema riguarda tutti?

La scorsa estate mi sono imbattuta in “42 gradi, idee che bruciano”, un festival volto a promuovere il pensiero libero e il confronto delle idee. Quella sera le ospiti erano Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, lì per presentare “Morgana, storie di ragazze che tua madre non approverebbe”. Ad un tratto la Murgia introduce il discorso su come le donne italiane siano quasi del tutto escluse dai ruoli di potere. Ma la cosa interessante è che non si è soffermata solo sui numeri, ma ha iniziato a elencare i nomi di coloro che occupano ruoli di rilievo in molti degli ambiti sociali e culturali più importanti. Politica, impresa, magistratura, università. Delle donne quasi nessuna traccia. 

Si chiama “Gender Gap” il divario esistente tra uomini e donne nei settori della salute, dell’economia, dell’educazione e della politica, mentre il “Gender Pay Gap” è il divario tra il salario medio annuo percepito dalle donne e quello percepito dagli uomini. Ma partiamo dai dati. 

Come sappiamo, il 1° febbraio l’ISTAT ha pubblicato i dati provvisori sugli occupati e i disoccupati in Italia aggiornati al mese di dicembre. Nell’ultimo anno sono state licenziate 312.000 donne e 132.000 uomini, mentre solo nel mese di dicembre sono state licenziate 99.000 donne e 2.000 uomini. E tutto ciò nonostante il blocco dei licenziamenti. I dati ci dicono anche che, oltre alle donne, la categoria più colpita dai licenziamenti è stata quella dei giovani. A livello mondiale, l’International Labour Organization ha mostrato che, solo nel 2020, c’è stata una perdita totale di 144 milioni di posti di lavoro. Sono sufficienti questi dati a fornirci la tragica fotografia del contesto in cui stiamo vivendo. 

Ma perché sono state licenziate così tante donne e quali sono le cause che impediscono alle donne di affermarsi in ambito sociale e lavorativo? 

Le cause di questa mancata autodeterminazione femminile sono molte e si riflettono in più contesti. L’organizzazione sociale è tuttora ancorata a una divisione arcaica dei ruoli. A livello culturale la donna riveste ancora i panni di “angelo del focolare” e questo tipo di visione genera una percezione errata, in ambito lavorativo, perciò le donne vengono quasi automaticamente escluse dalle cariche che richiedono orari prolungati o trasferte. Il problema di fondo è che si fa davvero fatica a raggiungere una reale ridistribuzione dei ruoli in ambito familiare e la prova di ciò è arrivata con i lockdown imposti dalla pandemia, poiché la chiusura di scuole e asili nido, mescolata all’incapacità di uno Stato di sopperire a tale mancanza, ha messo in difficoltà moltissime mamme lavoratrici, costrette a penalizzare e ridurre i propri carichi lavorativi, per occuparsi della cura dei figli e della famiglia.

Questi stereotipi culturali hanno portato ad una compartimentazione per genere del mercato lavorativo, pertanto vi è un sottoutilizzo del lavoro femminile sia a livello qualitativo che quantitativo. Non è un caso, infatti, che le donne siano spesso più soggette a contratti precari e ad abbiano una prospettiva di carriera molto più ridotta rispetto a quella degli uomini, così come evidenzia il Career Prospect Index

Ma perché la questione della parità di genere dovrebbe interessare anche gli uomini? Citiamo solo alcuni dei vantaggi di cui tutti godremmo in una situazione di equità sociale e lavorativa.

Le coppie a doppio reddito godono di maggior benessere economico, il che si rispecchia in un benessere collettivo che, tradotto, significa più ricchezza per il Paese. E questo lo dice la Banca d’Italia dimostrando che se in Italia tutte le donne attualmente disoccupate lavorassero, il PIL crescerebbe del 7%.

In secondo luogo, la presenza di donne nei contesti decisionali di un’impresa, accresce il portfolio di competenze e, di conseguenza, porta ad un miglioramento economico e finanziario dell’impresa stessa.

In ultimo, nei Paesi in cui l’occupazione femminile è più alta nascono più bambini. Ciò potrebbe sembrare paradossale a chi ancora pensa che sia meglio che le donne restino a casa a prendersi cura dei figli, ma sono proprio le donne che lavorano quelle che fanno più figli, semplicemente perché viene loro garantita una stabilità e una sicurezza lavorativa sia durante che dopo la maternità e questo crea la cosiddetta “relazione positiva” tra professione e maternità.

Ma cosa possiamo fare noi donne per depotenziare questo sistema e cambiare la nostra condizione?

Innanzitutto iniziare a prendere consapevolezza di tutti quei luoghi comuni e quelle espressioni che contribuiscono a creare e rafforzare un sistema sessista. Si pensi, ad esempio, al falso mito scolastico secondo cui “le donne sono più portate per lo studio di materie umanistiche”, oppure a quante volte nella nostra quotidianità ci sentiamo dire: “lascia stare, non è una cosa da donne” o, ancora peggio quando pensano di farci un complimento dicendo che “dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna”, come se la donna dovesse indossare il mantello dell’invisibilità ed agire dietro le quinte.

E poi dovremmo anche smetterla di parlare di “quote rosa”, perché questo non fa che aumentare la percezione che le donne siano una minoranza da tutelare, quando invece l’attenzione dovrebbe essere puntata su un’equa possibilità di accesso in ogni settore, compreso quello politico, in cui ci sono partiti che sfruttano questi temi per mostrarsi progressisti, ma che di fatto sono immobili, ancorati a posizioni conservatrici e senza alcun reale interesse a promuovere le donne. 

In ultimo, noi donne, dovremmo capire che è necessario iniziare un processo di sensibilizzazione e coinvolgimento reale degli uomini in quelli che pensiamo essere degli argomenti e delle lotte che riguardano unicamente noi, perché non è da sole che riusciremo a raggiungere la condizione che ci spetta, ma è con il sostegno degli uomini che potremo davvero liberarci dal retaggio culturale del quale siamo vittime. Si sta parlando di “shecession” per indicare la recessione che sta colpendo il nostro genere in questo momento storico, ma abbiamo il dovere di fare in modo che ciò non accada, perché si sta aprendo una nuova fase economica grazie ai finanziamenti del Next Generation Eu e dobbiamo pretendere e agire in modo che una parte di queste risorse venga destinata ad interventi e soluzioni pratiche che mirino a far uscire le donne da questo pantano. Non possiamo continuare a separare la sfera culturale, da quella politica, sociale o economica, ma dobbiamo coglierne la relazione e capire che il cambiamento deve avvenire sinergicamente su tutti i fronti.

Deborah Foti

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